Chačaturjan, Šostakóvič
Emiliano Michelon

È una Scala rossa come il sol dell’avvenire ad accogliere il pubblico della Filarmonica per il primo concerto a piena capienza, secondo appuntamento della stagione autunnale dell’orchestra. Merito di Juraj Valčuha che inserisce in cartellone due capolavori della letteratura musicale sovietica, sebbene, al di là della patina ideologica – anche perché il regime comunista è ormai crollato da qualche tempo – il Concerto per violino e orchestra di Chačaturjan e la prima Sinfonia di Šostakóvič siano due pagine eccezionali per la storia della musica novecentesca tout court. Eppure sono forse poco rappresentate, almeno nelle sale da concerto italiane, dove a Chačaturjan si preferiscono compositori più internazionali (Stravinskij, Prokof’ev) e a Šostakóvič pagine più mature.

Scritto per David Oistrakh nel 1940, il Concerto per violino e orchestra di Chačaturjan è una pagina di memorabile virtuosismo folkloristico, inerpicantesi tra melodie popolari armene e scale modali. Più di una patina, è a tutti gli effetti un preciso indirizzo estetico del compositore, e in questo concerto non si discosta affatto da quella che era la sua prassi creativa: un sapore esotico e dalla facile comunicatività, tanto che divenne un fiore all’occhiello del regime per mostrare l’internazionalità della cultura sovietica. Cosa che comunque non lo risparmiò da successive accuse di formalismo (ma nella Russia staliniana accuse del genere non si negavano a nessuno).

La serata scaligera non presenta il pienone di pubblico come meriterebbe. Ed è un peccato, perché i meneghini hanno perso l’occasione di apprezzare appieno un grande violinista e un grande direttore, impegnati in un grande repertorio (sì, non abbiamo paura di eccedere con le dimensioni!). Valeriy Sokolov è il solista: fin dall’attacco il violinista ucraino non perde l’occasione per mettere in mostra tutta la sua perizia interpretativa. Fa la voce “grossa”, Sokolov, nel senso che il suo violino ha un suono particolarmente scuro, quasi più adatto ad una festa popolare che ad una sala da concerto. Ma, se anche nei passaggi più impervi riesce a mantenere una saldezza timbrica e dinamica molto efficace, ci sembra che il meglio di sé lo sappia dare non tanto nei momenti più virtuosistici – affrontati con chiarezza espositiva notevole – ma in quelli di maggior lirismo. Sokolov non si lascia attrarre dalla facile ricerca dell’effetto e la sua voce appare chiara e salda; di grande intensità lirica il secondo movimento del Concerto, grazie anche ad un Valčuha abile a sterzare la sua direzione verso lande più sommesse, rispetto ai travolgenti primo e terzo movimento.

Proprio il direttore slovacco diventa il vero trascinatore dopo l’intervallo: il suo Šostakóvič è semplicemente memorabile per essere così memorabile e leggiadro al tempo stesso. Disegna i motivi d’orchestra con una levigatezza da pietra pomice, controlla le masse con precisione da bilancino, esaltando tanto i momenti più grotteschi quanto quelli più intimistici.

Scritta a diciannove anni come prova di diploma, la prima sinfonia di Šostakóvič delinea con impressionante lungimiranza il profilo di colui che diventerà uno dei più importanti compositori del Novecento. Il successo fu immediato, e in poco tempo venne eseguita dai grandi direttori dell’epoca. Nomi del calibro di Arturo Toscanini, Bruno Walter, Leopold Stokowski. Paragonare Valčuha a questi sarebbe forse un confronto troppo impegnativo per noi che lo proponiamo, figuriamoci per lui che se lo vede appioppato. Ma di sicuro vale la pena ascoltare anche la sua interpretazione.

Sokolov / Valcuha La Scala Milano 24 October 2021